Obbligo vaccinale: il Governo non sfugga alle proprie responsabilità

Obbligo vaccinale: il Governo non sfugga alle proprie responsabilità

Da settimane, mesi, si discute di Green Pass, in forme più o meno rafforzate, da applicare ai diversi ambiti della nostra vita, e di obbligo vaccinale.
Il Covid-19 ha stravolto completamente le nostre abitudini: tutto ciò che consideravamo “normale” oggi sembra non esserlo più.
Ci siamo trovati immersi in un clima di guerra, ma senza bombe. Abbiamo assistito alla lunga fila di mezzi militari, usati non per attaccare o liberare una città da un oppressore, ma per portare via le salme di un papà, di una mamma, di un amico. 

Dovremmo convivere con la dolorosa consapevolezza che, solo finora, 138.000 cittadini sono stati vinti dalla malattia senza poter avere vicino i propri cari e il loro conforto. Persone a cui non abbiamo potuto neanche dire addio. 

Ma oggi non siamo più in quel clima di guerra. Oggi siamo nella fase in cui dobbiamo imparare a convivere con il virus.
L’errore più grande sarebbe quello di abituarsi a questo nuovo assetto delle nostre vite, pensando che possa diventare “normale”. Non lo è.

I dati della campagna di vaccinazione

A ieri (6 gennaio 2021), i dati ufficiali ci dicono che l’89,20% della popolazione over 12 ha ricevuto almeno la prima dose di vaccino. L’86,15% della popolazione over 12 ha completato il ciclo vaccinale primario (cioè prima e seconda dose). Il 69,97% della popolazione che ha ultimato il ciclo vaccinale primario da almeno cinque mesi, ha già ricevuto la dose addizionale, o booster.

Questo significa che i cittadini italiani si sono mostrati profondamente responsabili e attenti. Sia durante il periodo di lockdown, che abbiamo potuto superare proprio grazie alla resilienza della popolazione, sia durante questo periodo di convivenza con il virus. Non solo si è fatto largo uso di tutti i presidi di protezione consigliati, (mascherine, distanziamento sociale, gel igienizzanti, tamponi), si è anche raggiunta una tra le più alte percentuale di vaccinati al mondo. E questo ha permesso un graduale ritorno al lavoro, alle attività sociali, seppur ancora con tanti limiti. Un graduale ritorno alla vita di tutti i giorni. 

Ancora una volta abbiamo potuto constatare la grande forza degli italiani, dei lavoratori, delle famiglie, delle imprese, che non si sono arresi, e anzi, hanno saputo affrontare la sfida della pandemia a testa alta. 

Allora oggi, che siamo nella fase di convivenza con il virus, anche noi dobbiamo essere responsabili, generosi, attenti.

Bisogna saper dare risposte a chi ha paura, a chi ha sofferto, a chi sente che lo Stato non è abbastanza vicino. Occorre dare informazioni, spiegare i dati, spiegare gli obiettivi, spiegare le azioni che si intendono intraprendere per raggiungere quegli obiettivi. Serve farlo con trasparenza e nel pieno rispetto dei cittadini. In questo il Presidente Conte è stato di grande esempio. 

Il metodo Conte II

Quando era Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte si è trovato ad affrontare i primi mesi di pandemia, i più difficili, quelli dove tutto sembrava perduto. All’epoca non c’erano cure, non c’era vaccino, non c’era esperienza. Si poteva contare solo sulla determinazione di chi aveva a cuore il bene dei propri cittadini, l’impegno dei tanti medici, infermieri e del personale sanitario, che hanno messo a rischio la propria vita pur di salvare quelle degli altri, quante più possibili. 

Grazie a questa determinazione, piano piano è stato possibile mettere in campo azioni capaci di limitare il contagio, come il ricorso massiccio allo smart working e il tracciamento dei contagi attraverso i tamponi. Assieme al parlamento è stato possibile garantire ristori per chi aveva subito danni economici.
Si è cercato di valorizzare il senso di comunità con un dialogo ed un ascolto continui. Oggi bisogna tornare a fare lo stesso. 

La campagna vaccinale

Il piano vaccinale ha dato sicuramente i suoi frutti: nonostante l’impennata dei contagi, le ospedalizzazioni e l’occupazione dei posti letto in terapie intensive sono ancora sotto controllo. E questo è merito dell’alta percentuale di vaccinati, che sono più protetti dagli effetti gravi della malattia. 

Ma fino a quando bisognerà vaccinarsi? Quante dosi occorrono per potersi considerare protetti? Qual è la percentuale minima di vaccinati da raggiungere affinché la popolazione possa considerarsi “in sicurezza”?
E’ legittimo porsi queste domande. E’ legittimo avere dei dubbi.
Per ogni altro vaccino esiste una risposta a queste domande. Come mai, invece, per il Covid-19 non si hanno parametri di riferimento, o quanto meno non sono noti?

E’ chiaro che, trattandosi di una malattia nuova, dobbiamo ancora acquisire molte certezze. Ma allora, a maggior ragione, dobbiamo procedere con cautela e nel solco della massima precauzione. E’ qui che deve entrare in gioco il dialogo, l’informazione, l’attenzione verso i cittadini, anche i più scettici. 

Se, in un primo momento, infatti, si è pensato che vaccinarsi significasse immunizzarsi, oggi i dati ci dimostrano che non è così. Quelli pubblicati dal Sole24Ore rilevano che al 23 dicembre 2020 il tasso di positività era del 7,9%, con 14.522 casi di contagio, a fronte di 2.624 terapie intensive e 553 decessi. Mentre un anno dopo, il 23 dicembre 2021, il tasso di positività si è attestato al 4,95%, con 44.595 casi di contagio, a fronte di 1.023 terapie intensive e 168 decessi.

Green Pass e obbligo vaccinale servono davvero?

Questi dati segnano il record del numero dei contagiati, numero che continua a crescere, a fronte di una minore pressione sul sistema sanitario nazionale. Nel giorno dell’epifania, abbiamo registrato quasi 220mila casi di contagio.
E’ quindi evidente che
il vaccino protegge chi lo fa, dagli effetti gravi della malattia, tutelando di conseguenza il sistema sanitario nazionale. Allo stesso tempo, non possiamo dire che rende immuni dal contagio: anche chi ha già fatto la dose booster può contagiarsi di nuovo e contagiare a sua volta. Quindi ancora oggi, le migliori armi che abbiamo per tenere sotto controllo i contagi sono l’utilizzo delle mascherine ffp2, il tracciamento tramite tamponi e il ricorso allo smart working

Inoltre, l’arrivo di nuove varianti rimescola continuamente le carte. In particolare, su questo, ad ottobre, si è espresso anche il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, segnalando che i programmi sulle terze dosi generalizzate possono addirittura causare un prolungamento della pandemia, invece che contribuire a superarla. Questo perché se si vaccina solo una parte del mondo, anche con dose booster, il virus potrà continuare a circolare nelle altre parti del mondo, favorendo così il proliferare di mutazioni e varianti, come è accaduto con la variante Omicron. Di conseguenza, secondo Ghebreyesus, la priorità globale dovrebbe essere quella di aiutare tutti i paesi a raggiungere almeno il 40% di vaccinati il più rapidamente possibile,  puntando al 70% e continuando ad utilizzare, allo stesso tempo, ogni altra precauzione. 

Alla luce di queste nuove conoscenze e considerazioni, occorre fare delle riflessioni.

Estensione del Green Pass e obbligo vaccinale: quali sono gli obiettivi del governo?

Qual è la soglia obiettivo di vaccinati che il governo italiano considera di sicurezza? Più in generale, qual è l’obiettivo che si pone e quali misure intende mettere in atto per raggiungerlo? 

Abbiamo visto che il solo vaccino non immunizza dal contagio. A maggior ragione l’utilizzo del Green Pass rafforzato non ha fermato e non fermerà la diffusione del virus, allora perché continuare su questa strada? Perché non spingere, al contrario, sullo smart working, che non solo servirebbe a rendere più sicuri i luoghi di lavoro, ma anche i mezzi di trasporto? 

Forse si è pensato che il Green Pass rafforzato potesse spingere più persone a vaccinarsi, e in parte è stato così. Ma allora se l’obiettivo è spingere i non vaccinati a vaccinarsi, in modo da salvaguardare il sistema sanitario nazionale, bisogna lavorare su un altro piano.
Bisogna spiegare con grande chiarezza
che chi si vaccina protegge prima di tutto se stesso dagli effetti gravi della malattia, e questo riduce sensibilmente la probabilità di mettere sotto pressione il sistema sanitario nazionale. 

Come bisogna comunicare le nuove misure

E allora dobbiamo abbandonare la narrazione secondo cui i vaccinati sono immuni o non contagiosi, o la narrativa che fa riferimento all’immunità di gregge grazie ai vaccini. L’esperienza di altri Paesi dimostra che non funziona.
Vaccinarsi è sì un’accortezza verso il prossimo, ma non perché lo si protegge dal contagio, quanto piuttosto perché si evita di saturare i posti letto negli ospedali, che restano quindi disponibili per chi ne ha bisogno.
E porre particolare attenzione ad evitare estremismi. In alcuni casi, il richiamo solidaristico sui posti letto ha portato ad un più pericoloso discorso etico-morale nei confronti di chi rifiuta la vaccinazione: si è arrivati al paradosso di proporre il pagamento delle cure a chi rifiuta il vaccino. Questo non solo è in contrasto con la nostra Costituzione, ma anche con la logica: che sia pro vax o meno, ogni cittadino, poiché paga le tasse, ha diritto agli stessi servizi.

Le responsabilità dello Stato

A questo punto, però, definito che l’obiettivo è portare tutti a vaccinarsi, bisogna necessariamente farsi carico dei casi di effetti avversi gravi, con un serio ricorso a quella che ci chiama farmacovigilanza attiva. E’ necessario attivare dei protocolli obbligatori per la segnalazione degli effetti avversi, fare in modo che chi li sta subendo possa contare su adeguati supporto e controlli, al fine di prevenire ulteriori danni, che siano temporanei o permanenti, fino ad arrivare a ritardare eventuali dosi aggiuntive o addirittura all’esonero. Oggi su questo c’è molta incertezza: casi reali dimostrano che chi è sottoposto ad obbligo vaccinale, pur avendo avuto effetti avversi gravi, resta obbligato a ricevere ulteriori dosi. Né può chiedere risarcimento danni. 

Il protocollo di vaccinazione deve necessariamente tenere in considerazione anche il titolo anticorpale. Chi ha un titolo anticorpale molto alto, da vaccino o da guarigione, non può essere costretto a fare il vaccino in tempi definiti automaticamente. Anche perché aumenta il rischio di innescare reazioni avverse. D’altra parte si tratta di persone che evidentemente già possono rispondere all’attacco del virus.

Bisogna fare in modo che il piano vaccinale tenga conto della stagionalità del virus, così come già si fa con il vaccino da influenza stagionale. 

Bisogna inoltre tener conto anche delle possibilità di cura della malattia, che riducono fortemente il rischio di ospedalizzazione. Già conosciamo le potenzialità degli anticorpi monoclonali e, da qualche giorno, l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha autorizzato anche l’utilizzo dell’antivirale molnupiravir per il trattamento di pazienti non ospedalizzati con malattia lieve-moderata.

Ancora, occorre riflettere sulla reale utilità di spingere i più giovani alla vaccinazione. Sappiamo infatti che in queste fasce di età il manifestarsi dei sintomi gravi della malattia è particolarmente basso, se non addirittura nullo.

In ultimo, lo Stato che spinge alla vaccinazione, deve prendersi carico di eventuali ricorsi per danni da vaccino. Chi accetta la vaccinazione, quando anche abbia firmato volontariamente il consenso informato, magari senza avere adeguate nozioni per comprenderlo appieno, non può prendersi la responsabilità del danno subito.  Le parole del Professor Crisanti sul consenso informato vanno ascoltate: l’obbligo vaccinale agli over 50 non si può’ imporre senza una revisione del consenso informato. “C’e infatti anche un problema di carattere giuridico perché lo si fa per impedire la malattia, ma non per limitare la trasmissione. Questo diventa un obbligo terapeutico, una novità assoluta nella sanità pubblica“.
La responsabilità deve essere pienamente in capo allo Stato che ha scelto, seppur con motivazioni valide, di spingere il cittadino a vaccinarsi, e questo decreto non risolve il problema.

In conclusione

In tanti, all’interno del Movimento, abbiamo espresso le nostre perplessità, seppur condividiamo senza alcun dubbio l’obiettivo di proteggere il nostro sistema sanitario nazionale.

Ma proprio per questo, a fronte di una diffusione incontrollata dei contagi in tutto il mondo, lo Stato deve diventare un punto di riferimento affidabile per il cittadino. Deve saper dare risposte, non imposizioni. Deve aiutare a scegliere con consapevolezza, informando ed agendo con trasparenza.

Ieri a fine Consiglio dei Ministri, il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha scelto di non parlare al Paese. Gli italiani hanno potuto vedere solamente i ministri Speranza, Brunetta e Bianchi una veloce dichiarazione in strada, davanti palazzo Chigi: è un fatto grave.
Giuseppe Conte ha sempre parlato apertamente agli italiani, soprattutto nelle fasi più acute della pandemia.
Anche questo governo deve farsi carico delle paure e delle incertezze dei propri cittadini, disinnescando il pericolo di tensioni sociali.  

Sono giorni in cui si decide la strategia dei prossimi mesi, non possiamo permetterci approssimazioni, come è successo recentemente: penso ad esempio agli hub vaccinali chiusi, nonostante la terza dose fosse una certezza, penso al caos dei tamponi durante queste feste.

A due anni dall’inizio dell’emergenza i cittadini chiedono alla politica intera risposte chiare e massima trasparenza nelle scelte.
In Parlamento, con grande serietà e responsabilità, lavoreremo in questa direzione.

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